Pfas, Mozione per chiedere lo “stato di emergenza” in Veneto

Atto Camera

Mozione

presentato da

BENEDETTI Silvia

 

Alla Camera                                                                                                                                             Premesso che:

le sostanze perfluoroalchiliche (PFAS) sono composti organici formati da una catena alchilica di lunghezza variabile (in genere da 4 a 14 atomi di carbonio) totalmente fluorurata e da un gruppo funzionale idrofilico, generalmente un acido carbossilico o solforico. Le molecole più utilizzate e studiate di questa grande famiglia di sostanze chimiche (PFAS) sono l’acido perfluoroottanoico (PFOA) e l’acido perfluoroottansolfonico (PFOS). La presenza di numerosi legami carbonio-fluoro conferisce particolari caratteristiche fisico-chimiche come la repellenza all’acqua e ai grassi, la stabilità termica e la tensioattività, che le rendono molto utili in un ampio campo di applicazioni industriali e di prodotti di largo consumo. I PFAS sono stati quindi utilizzati a partire dagli anni ’50 come emulsionanti e tensioattivi in prodotti per la pulizia, nella realizzazione di insetticidi, di rivestimenti protettivi e di imballaggi alimentari, di schiume antincendio e di vernici. Sono impiegati anche nella produzione di capi di abbigliamento impermeabili e di tappezzeria, in prodotti per stampanti, pellicole fotografiche e superfici murarie, in materiali per la microelettronica, nell’industria militare e farmaceutica; tali sostanze, dotate di elevata persistenza nell’ambiente e di capacità di bioaccumulo, vengono assorbite da parte dell’organismo umano prevalentemente per via orale tramite il consumo di acqua potabile e di alimenti. Il PFOS e il PFOA, due sostanze chimiche artificiali, sono presenti con sempre maggior frequenza nella catena alimentare, a causa dell’inquinamento ambientale riconducibile alle attività industriali. Essendo, infatti, sostanze ampiamente usate nelle applicazioni industriali e nei beni di consumo, tra cui i rivestimenti idrorepellenti e antimacchia per tessuti e tappeti, i rivestimenti resistenti all’olio per prodotti di carta per uso alimentare, le schiume antincendio, le vernici per pavimenti e gli insetticidi, queste sostanze chimiche possono accumularsi nell’organismo e occorrono perciò molti anni prima che l’organismo sia in grado di eliminarli ([1]https://www.efsa.europa.eu/it/press/news/contam080721); ciò significa che, assunte anche in piccole quantità per un lungo periodo, esse si accumulano nei tessuti e negli organi vitali. Innumerevoli ricerche scientifiche hanno evidenziato come una elevata esposizione a PFOS e a PFOA può avere conseguenze dannose per la salute della popolazione che ne viene a contatto in quanto essi sono neurotossici oltre che interferenti endocrini;  è ormai dimostrato che tali sostanze producono effetti dannosi negli organismi, sia in habitat acquatici che terrestri, soprattutto a carico del fegato, della tiroide e della fertilità ed essi sono in fase di classificazione da parte dell’International Agency for Research on Cancer come « sospetti cancerogeni per l’uomo »; studi epidemiologici hanno mostrato attività epatotossica sia per il PFOA che per il PFOS nei roditori e nelle scimmie: gli effetti che ne derivano includono l’aumento delle dimensioni del fegato, l’induzione di enzimi implicati nella  -ossidazione degli acidi grassi e la riduzione dei livelli sierici di colesterolo. Il PFOA, in particolar modo, si è rivelato un potente promotore del tumore epatico nei ratti. Il PFOS è in grado di causare molti effetti avversi sullo sviluppo nei ratti:  sono state osservate la riduzione del peso del feto, anasarca (edema esteso a tutto l’organismo), la mancata calcificazione delle ossa, disfunzioni cardiache nonché la morte neonatale. I neonati di ratto sopravvissuti mostravano un ritardo nella crescita e dall’esame del sangue emergevano livelli ridotti di tetraiodotironina (T4), per cui il ritardo nello sviluppo del feto e nella crescita potrebbe essere dovuto alla capacità del PFOS di interferire con la maturazione cellulare e funzionale degli organi bersaglio, tramite l’influenza esercitata sugli ormoni tiroidei. Questo non è l’unico caso di alterazione dei livelli ormonali. Sia il PFOA che il PFOS, infatti, sembrano in grado di interferire con il sistema neuroendocrino;  la pericolosità di tali sostanze è segnalata anche nella pubblicazione « Conosci, riduci, previeni gli interferenti endocrini. Un decalogo per il cittadino » a cura del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare e dell’Istituto superiore di sanità (pubblicazione del 2012 oggetto di revisione nel 2014); sono molte le istituzioni, nazionali e internazionali, che in questi anni sono intervenute nel merito, sia per orientare a livello legislativo sia per promuovere campagne di monitoraggio, sia per fissare limiti di concentrazione nelle diverse matrici, come l’Agenzia statunitense per la protezione ambientale; lo stesso Consiglio nazionale delle ricerche, in accordo con il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, ha attivato una campagna di misura di sostanze chimiche contaminanti rare sui principali bacini idrici italiani;  contestualmente alle acque superficiali, sono stati prelevati campioni di acqua destinata al consumo umano anche in Veneto, in più di trenta comuni prevalentemente della provincia di Vicenza, oltre a comuni limitrofi nelle province di Padova e di Verona, dalla cui analisi è risultato un inquinamento diffuso di PFAS. Per tali ragioni l’Istituto superiore di sanità (ISS), nel parere del 7 giugno 2013, n. 22264, relativo al citato ritrovamento di sostanze perfluorurate nel territorio veneto, ha espresso, in applicazione del principio di precauzione, l’opportunità e l’urgenza di adottare adeguate misure di mitigazione dei rischi, prevenzione e controllo estese alla filiera idrica sulla contaminazione delle acque da destinare e destinate a consumo umano nei territori interessati, fra cui l’adozione di approvvigionamenti alternativi o, laddove tale misura non risulti praticabile, l’adozione di adeguati sistemi di trattamento delle acque per l’abbattimento sostanziale delle concentrazioni degli analiti presenti;  inoltre il decreto legislativo 13 ottobre 2015, n. 172, recante « Attuazione della direttiva 2013/39/UE, che modifica le direttive 2000/60/CE e 2008/105/CE per quanto riguarda le sostanze prioritarie nel settore della politica delle acque », ha identificato i PFOS quali sostanze pericolose prioritarie. L’Istituto superiore di sanità, nella nota del 19 febbraio 2016, protocollo n. 4930, nel calcolare le stime di esposizione parziali alle sostanze perfluoroalchiliche, ha evidenziato che i dati riferibili a uova di allevamenti familiari e di pesce di cattura indicano potenziali criticità meritevoli di ulteriori e più mirati approfondimenti, attese le concentrazioni di PFAS che, in condizioni di consumi prolungati nel tempo, considerati i parametri tossicologici, potrebbero determinare il superamento delle dosi giornaliere accettabili;  il Regolamento (CE) n. 1907/2006 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 18 dicembre 2006, concernente la registrazione, la valutazione, l’autorizzazione e la restrizione delle sostanze chimiche (REACH), all’articolo 57 include il PFOA tra le sostanze « estremamente preoccupanti » per le proprietà di persistenza, bioaccumulabilità e tossicità e nella categoria 1B in quanto tossico per la riproduzione e pertanto, inserito nella lista delle sostanze candidate all’autorizzazione. Il considerando (70) del Regolamento dispone che « Effetti nocivi sulla salute umana e sull’ambiente derivanti da sostanze estremamente preoccupanti dovrebbero essere impediti attraverso l’applicazione di adeguate misure di gestione dei rischi al fine di assicurare che eventuali rischi derivanti dagli usi di una sostanza siano adeguatamente controllati e nella prospettiva della progressiva sostituzione di tali sostanze con una sostanza idonea più sicura ». Da anni vi sono evidenze della grave contaminazione da PFAS delle matrici ambientali (http://www.arpa.veneto.it/temi-ambientali/acqua/file-e-allegati/documenti/acque-interne/pfas/Poster_PFAS.pdf)  in particolare le acque interne superficiali e di falda, ha purtroppo raggiunto un livello allarmante soprattutto nel Veneto, interessando un’area di circa 180 chilometri quadrati (dato dall’agenzia regionale per la prevenzione e protezione ambientale del Veneto 2015) nell’ambito delle province di Vicenza, Verona, Padova e ad oggi anche Rovigo, con settanta comuni interessati e 300.000 persone coinvolte. È stata compromessa la seconda falda freatica più grande e importante d’Europa: la falda di Almisano. Questa situazione di emergenza ha imposto, per ragioni di tutela della salute della popolazione, la chiusura di numerosi pozzi a uso potabile nei comuni di Sarego e di Monticello; la sopracitata contaminazione ha interessato un numero sempre più elevato di persone e territori. Le prime indagini sanitarie concluse effettuate sulla popolazione interessata hanno portato alla luce dati già preoccupanti, in particolare hanno evidenziato che: nella valutazione complessiva delle gravidanze dal 2003 al 2015, un aumento delle gestosi, del diabete gravidico e dei bimbi nati più piccoli in proporzione all’età gestionale, dato quest’ultimo scomparso a partire dal 2013, anno nel quale sono stati messi in sicurezza gli acquedotti; i primi esami del sangue, effettuati su cinquanta ragazzi di 14 anni residenti nella “zona rossa”, hanno evidenziato una presenza anomala di Pfoa (Acido Perfluoro Ottanoico) pari a una media di circa 64 nanogrammi/grammo, contro una media di 2-3 nanogrammi presente nelle persone monitorate al di fuori dell’area ell’inquinamento;  la contaminazione ha reso necessari, oltre ai numerosi interventi di adeguamento degli impianti idrici, il divieto di utilizzo di pozzi privati nella “zona rossa” e successivi piani di campionamento che, per la maggior parte dei primi casi esaminati, hanno registrato anch’essi percentuali elevate di sostanze perfluoraalchiriche obbligando privati e aziende a rimediare con l’acquisto di appositi filtri o l’allacciamento, a spese proprie, alla rete idrica anche per le funzioni irrigue;  il Sindaco del comune di Creazzo, con l’ Ordinanza n. 36 del 26/04/2016 ha vietato l’attingimento di acqua per scopi idropotabili e di produzione alimentare dai pozzi privati presenti nel territorio comunale, giuste ordinanze n. 92 del 02 agosto 2013 e n. 69 del 08 luglio;  il Sindaco di Sovizzo ha adottato un’ordinanza ordinanza n. 23 del 22/04/2016 contingibile e urgente che pone alcune condizioni all’uso dell’acqua prelevata da pozzi privati per uso potabile, per la produzione di alimenti e per l’abbeverata degli animali;  il Comune di Vicenza Settore Ambiente, Energia e Tutela del territorio, P.G.N. 51214 ha adottato una  Ordinanza contingibile e urgente con condizioni e limitazioni sull’uso dell’acqua estratta da pozzi privati per consumo umano, per utilizzi finalizzati alla produzione di alimenti e destinata al consumo animale Prevenzione e tutela della salute pubblica dalla presenza di sostanze perfluoroalchiliche (PFAS) nelle falde acquifere del territorio comunale;  lo stesso dicasi per il comune di Sarego che con ordinanza ordina il divieto dell’uso dell’acqua di un pozzo privato per lo scopo potabile per inquinamento da sostanze perfluoroalchiliche; con un’interrogazione a risposta immediata in Commissione  XIII (atto 5-08657) già l’11 maggio 2016 si chiedeva al Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali quali misure intendesse adottare tempestivamente affinché le aziende agricole interessate dalla conclamata contaminazione ambientale in corso venissero tutelate da un punto di vista economico e d’immagine. In quella sede la risposta fornita mise in luce alcune iniziative generiche che il Ministero dell’ambiente stava avviando per monitorare l’inquinamento e l’utilizzo delle sostanze perfluoralchiliche, ma non fu esplicativa nel merito della richiesta avanzata;  vada evitato in ogni modo che a pagare i costi di tale drammatica situazione siano allevatori e agricoltori e che su di loro ricada l’onere economico delle costose analisi per verificare la contaminazione dei pozzi, così come gli eventuali oneri economici per adeguare il proprio approvvigionamento idrico fondamentale per proseguire le loro attività;  la “Relazione sull’inquinamento da Pfas in alcune aree della Regione Veneto” approvata dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati, approvata nella seduta dell’8 febbraio 2017,  riconoscendo  la gravità dell’inquinamento in atto,  nelle conclusioni richiede ai soggetti istituzionalmente competenti “la tempestiva adozione di tutti i provvedimenti urgenti a tutela della salute della popolazione volti alla rimozione della fonte di contaminazione ivi comprese le opportune variazioni degli strumenti pianificatori di competenza”; il plume d’inquinamento potrebbe aver raggiunto e/o raggiungere una superficie e un numero di persone ben più ampi rispetto a quanto già provato, in virtù del fatto che lo screening sanitario ha coinvolto al momento solo una percentuale ristretta e circoscritta della popolazione veneta e i campionamenti al di fuori dell’area rossa non sono ancora stati effettuati in modo capillare;  nel rapporto di Greenpeace “Non ce la beviamo. Presenza di pfas nelle acque venete” (maggio 2017), in cui sono pubblicati gli esiti di analisi compiute dalla associazione su campioni di acqua potabile prelevata nella intera regione in 18 scuole primarie e in 7 fontane pubbliche, emerge come più di 800mila veneti siano potenzialmente esposti, anche in zone del territorio che si riteneva non essere coinvolte dalla contaminazione;  da tale rapporto si evidenzia che “le analisi hanno evidenziato la presenza di PFAS in tutti i campioni di acqua potabile raccolti, sia in quelli prelevati in comuni dove è già nota la contaminazione dell’acqua potabile (zona rossa e zona grigia) che in comuni distanti dalla zona più contaminata, ad esempio Padova, Verona e alcuni comuni della Provincia di Rovigo. I risultati mostrano concentrazioni  totali di PFAS variabili e comprese tra i 3,96 ng/l di Lozzo Atestino (PD) e i  372,58 ng/l di Roveredo di Guà  (VR),  confermando comunque il maggior grado di contaminazione dei comuni della zona rossa. In più del 50 per cento dei comuni le concentrazioni di PFAS sono risultate superiori ai livelli consentiti nell’acqua potabile in altri Paesi e i superamenti sono dovuti principalmente alla presenza di PFOA. Questi  risultati confermano  che  in  molte  scuole  viene  erogata  acqua  che  in  altri  Paesi  sarebbe  considerata  non  sicura  per  la  salute”;  sempre secondo questa ricerca, la presenza di PFAS è stata registrata anche nell’acqua potabile di scuole e fontane nei comuni della Provincia di Verona  e, per la prima volta, nella città di Padova, con livelli di contaminazione di poco inferiori a quelle registrate in comuni limitrofi alla zona rossa, nonché nella città di Vicenza; “Ad oggi, si legge nel Rapporto, i comuni più esposti alla contaminazione da PFAS attraverso l’acqua potabile sono inclusi nella zona rossa e in quella grigia: una popolazione di circa 325 mila abitanti. Se a questi vengono aggiunti gli abitanti dei comuni in cui è stata ritrovata la presenza di PFAS in acqua potabile nel presente studio, e che attualmente non sono inclusi né nella zona rossa né in quella grigia  San Bonifacio, San Giovanni Lupatoto, Verona, Polesella, Occhiobello, Padova e Arzignano, il  numero totale  di  cittadini  potenzialmente  esposti  alla  contaminazione  da  PFAS  attraverso  l’acqua potabile  è  superiore  agli  800  mila  abitanti”;  il principio di precauzione è una norma in materia di sicurezza dell’ambiente che afferma che “ove vi siano minacce di danno serio o irreversibile, l’assenza di certezze scientifiche non deve essere usata come ragione per impedire che si adottino misure di prevenzione della degradazione ambientale” (articolo 15 della Dichiarazione di Rio – Conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente e lo Sviluppo – 1992); il ricorso a tale principio è contenuto sia nella Comunicazione della Commissione [COM(2000) 1 def.del 2 febbraio 2000], sia, per quanto riguarda il  diritto nazionale,  nell’art. 301 del d.lgs. 152/2006 in cui si individua il Ministero dell’Ambiente come autorità competente per le misure di prevenzione; inoltre il Trib. CE, (Seconda Sezione ampliata, 26 novembre 2002, T-74/00 Artegodan),  sancisce che “il principio di precauzione è il principio generale del diritto comunitario che fa obbligo alle autorità competenti di adottare provvedimenti appropriati al fine di prevenire taluni rischi potenziali per la sanità pubblica, per la sicurezza e per l’ambiente, facendo prevalere le esigenze connesse alla protezione di tali interessi sugli interessi economici“;  la legge n. 225 del 24 febbraio 1992 prevede che “il Consiglio dei Ministri, su proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri, ovvero, su sua delega, di un Ministro con portafoglio o del Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri segretario del Consiglio, formulata anche su richiesta del Presidente della regione interessata e comunque acquisitane l’intesa, delibera lo stato d’emergenza, fissandone la durata e determinandone l’estensione territoriale con specifico riferimento alla natura e alla qualità degli eventi e disponendo in ordine all’esercizio del potere di ordinanza”;

in base a quanto previsto dalla legge n. 225 del 24 febbraio 1992 lo stato di emergenza può essere deliberato al verificarsi degli eventi di cui all’articolo 2, comma 1, lettera c) “calamità naturali o connesse con l’attività dell’uomo che in ragione della loro intensità ed estensione debbono, con immediatezza d’intervento, essere fronteggiate con mezzi e poteri straordinari da impiegare durante limitati e predefiniti periodi di tempo”;

IMPEGNA IL GOVERNO

  • a stanziare le necessarie risorse e ad avviare immediatamente la procedura per il riconoscimento dello statodi emergenza ai sensi della legge n.225 del 1992 su tutto il territorio coinvolto direttamente o indirettamente dalla contaminazione descritta in premessa  (aree rosse, gialle, verdi);
  • in base a quanto previsto dalla legge n. 225 del 24 febbraio 1992 ad adoperarsi immediatamente per rendere esecutivo il provvedimento.

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...